I default ai minimi da tre anni

I default ai minimi da tre anni

Posted on giu 15, 2015 in News

I default ai minimi da tre anni

Il rapporto S&P evidenzia nel 2014 45 casi tra i corporate Interessati solo bond con rating speculativo

È il peggior incubo per il risparmiatore che detiene bond: lo spettro del default degli emittenti e quindi la possibilità di perdere i propri risparmi. È fondamentale monitorare le dinamiche dei fallimenti per capire i rischi a cui ci si espone. L’agenzia S&P realizza un report periodico che fa il punto sui default globali sia per emissioni corporate (societari), sia per i sovrani. Le emissioni corporate sono più numerose e potenzialmente più esposte a rischi: la situazione, aggiornata a fine 2014, appare comunque rassicurante. Lo scorso anno la stabilità dei giudizi delle aziende è rimasta elevata con il 74,5% dei rating corporate rimasto immutato, il livello più alto negli ultimi 10 anni.

Nel 2014 ci sono stati 60 fallimenti di aziende con rating S&P (45 quelli con rating attivo a inizio anno), in discesa rispetto all’anno precedente e ai minimi dal 2011. Il controvalore delle emissioni obbligazionarie corporate andate in default è stato pari a 91,6 miliardi di dollari, rispetto ai 97,3 miliardi dell’anno precedente.

Gli Stati Uniti continuano a guidare la classifica dei default con il 55% dei casi, anche se è il dato più basso degli ultimi 34 anni; gli emergenti invece seguono con il 25%. Tutte le società che sono fallite avevano iniziato l’anno con un rating in categoria non investment grade o speculative (con rating BB+ e inferiore).

Il momento favorevole per i bond corporate è determinato da una situazione di tassi bassi per un periodo prolungato, in questo modo c’è una capacità maggiore dei debitori di pagare i costi relativi agli interessi. «Il rischio – spiega Lapo Guadagnuolo, responsabile criteri Emea Standard&Poor’s – di un aumento dei tassi di interesse, specialmente se improvviso, potrebbe creare problemi nella capacità finanziaria e quindi nel rating di debitori con livelli molto elevati di debito o con business mediocri».

Indicazioni rassicuranti arrivano anche dal fronte delle emissioni statali. Nel 2014 si è verificato un solo default a livello dei debiti sovrani coperti da S&P: si tratta del giudizio sul debito in valuta estera dell’Argentina sceso a Sd (selective default) nel luglio dello scorso anno in seguito al mancato pagamento degli interessi. Sui 128 rating sovrani assegnati da S&P alla fine del 2014, il 56% era investment grade (vale a dire con un rating superiore a BB+) mentre il 44% era Non investment grade.

Un’analisi condotta dall’agenzia tra il 1975 e il 2014 ha evidenziato che i rating dei Paesi mostrano una maggiore stabilità ai livelli più alti di rating. Per esempio, negli ultimi 40 anni, ben il 96,8% dei rating AAA è rimasto in media lo stesso a un anno di distanza mentre la percentuale scende all’87,4% per gli stati con un rating BB. L’analisi delle performance dei rating viene utilizzata da S&P per dimostrare la bontà del rating come indicatore dell’affidabilità creditizia di un emittente. Dei 127 rating assegnati da S&P a inizio 2014 nel corso dello scorso anno 19 sono stati abbassati e 11 alzati: si registra un sostanziale equilibrio con 95 giudizi che sono rimasti inalterati. Infatti il rapporto tra bocciature e promozioni sui rating è sceso a 1,72 dal 3,17 del 2013.
Fonte: Il Sole 24 Ore

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