Derivati

Posted on feb 13, 2013 in News

Derivati

Il temine “derivato” indica la derivazione del valore di uno strumento da un’attività sottostante quali un tasso d’interesse, un tasso di cambio, un indice di mercato o anche il prezzo di materie prime. I derivati che hanno come sottostante i tassi di interesse di mercato prendono il nome di interest rate swap (IRS). Si tratta di contratti bilaterali nati con lo scopo di gestire il rischio di tasso d’interesse. In particolare l’assunzione di derivati sui tassi di interesse quali lo swap Plain Vanilla ha come finalità principale la copertura contro una variazione al rialzo dei tassi di interesse.

Tuttavia i derivati si prestano a essere utilizzati anche con finalità speculative, scommettendo sul futuro andamento di variabili sottostanti.

Dal 2000 a oggi si sono diffusi sul mercato derivati con schemi sempre più complessi, frutto di avanzate tecniche di ingegneria finanziaria, che combinano derivati di base con una serie di opzioni (cap, floor, digitali, asiatiche ecc.), dando vita a formule e modalità di funzionamento di difficile comprensione. La presenza di clausole complesse ha reso spesso difficoltosa la valutazione del profilo rischio/rendimento anche per gli stessi operatori finanziari. Questi strumenti rientrano nella comune definizione di derivati OTC (over the counter), ovvero trattati in mercati non regolamentati. Tale circostanza implica l’assenza di prezzi di riferimento generati da mercati secondari liquidi ed efficienti e di un meccanismo pubblico e trasparente di valorizzazione giornaliera del valore di mercato (il cosiddetto mark to market).

Una partecipazione “consapevole” al mercato dei derivati richiede, dunque, elevate competenze finanziarie e sofisticate capacità di gestione dei rischi.

Con il tempo è stata questa la tipologia di derivati, chiamati in gergo “esotiche” per l’elevato contenuto speculativo, a essere proposta sempre con maggior insistenza per la copertura contro variazioni sfavorevoli dei tassi d’interesse a breve e delle passività. La vendita di un prodotto diverso da un Plain Vanilla prevede una remunerazione più elevata.

 

Le aziende italiane e i derivati

Tra il 2000 e il 2001 con i tassi d’interesse a breve sui massimi, molte aziende indebitate a tasso variabile iniziano ad assumere posizioni in derivati nella speranza di coprirsi contro ulteriori aumenti dei tassi. Dalla metà del 2002, i tassi a breve scendono in maniera decisa fino ad arrivare a stabilizzarsi per quasi tre anni intorno al 2%. In quel periodo le imprese che hanno sottoscritto derivati che implicavano una scommessa opposta rispetto a ciò che si è verificato sul mercato si trovano ad aver maturato notevoli perdite.

Le banche, allora, sia per non far emergere la perdita accumulata sia per la necessità di vendere altri prodotti, spingono le imprese a rinegoziare i contratti in essere. Anche chi aveva sottoscritto semplici Plain Vanilla viene spinto a rinegoziare i propri contratti.

Il motivo di perdite crescenti è semplice. I derivati, così strutturati, non avendo funzione di reale copertura, per cercare di recuperare le perdite, devono assumere un contenuto sempre più speculativo a volte utilizzando il cosiddetto “effetto leva”: aumentando il valore nominale e/o allungando le scadenze contrattuali.

Così in poco tempo vengono sottoscritti derivati che scommettevano sui tassi d’interesse europei rispetto a quelli americani, giapponesi, svizzeri, sul grado di inclinazione delle curve dei tassi, spread tra i tassi a lunga scadenza e tassi a breve scadenza, sull’inflazione eccetera.
Nell’arco di pochi anni il meccanismo è degenerato.
La “bolla” derivati è scoppiata quando le banche, non avendo più prodotti da proporre per dilazionare la perdita, hanno terminato di rinegoziare i prodotti. E così le imprese hanno cominciato a rendersi conto della speculazione – che avevano intrapreso ormai da anni – nel momento in cui si sono viste addebitare rate pesantissime (trimestrali, semestrali) mettendo in serio pericolo la situazione economico-finanziaria della loro impresa.
La grande beffa: all’aumentare dei tassi di interesse, molti imprenditori che avevano sottoscritto derivati si convinsero che il peso degli interessi sui finanziamenti sarebbe stato alleggerito proprio dal contratto derivato di “copertura” sottoscritto con la banca. Invece, ben presto gli stessi imprenditori si sono trovati a pagare tassi di interesse elevati sui finanziamenti e pesanti flussi negativi sui derivati.

Share via emailShare on Facebook+1Share on LinkedInShare on Twitter